Come fanno i marinai a piantare Cannonau?
Giuseppe Musina: dalle rotte atlantiche al vino Orgosa della valle di Locoe

di LUCIO SALIS

Può essere lunga la strada che porta al Cannonau. Come quella percorsa da Giuseppe Musina (55 anni).  E’ partito da Orgosolo, ha navigato fra l’Europa e le Americhe, poi è tornato al paese per produrre Cannonau: l’ha chiamato Orgosa. Poche bottiglie che vanno a ruba. Quell’andare per mare, negli anni Settanta, gli è servito per mettere bene a fuoco gli obiettivi della vita, com’è successo a tanti giovani della sua generazione. Sino a rendersi conto che l’ombelico del mondo era nella magica valle di Locoe. Oggi è sposato, ha tre figli, vende bevande, pane carasau e prodotti tipici, ma il suo cuore batte nel vigneto di Lucuriò, al quindicesimo chilometro della Nuoro – Orgosolo.

Da ragazzo la Barbagia gli stava stretta: unica prospettiva, lavorare col padre, contadino e pastore. I suoi coetanei partivano, lui per evadere sceglie l’Istituto della Marina a Camogli. Diventa motorista navale,  si imbarca sulla “Eugenio Costa” (sì, la stessa compagnia della Costa crociere) che faceva servizi di linea fra l’Europa e l’America. “Ho compiuto 17 anni a Buenos Aires: ne ho trascorso 3 sulle rotte per Argentina, Brasile e Stati Uniti. Ogni viaggio durava 3 mesi, ho visto città bellissime, vissuto giorni indimenticabili“.

Ma incombe il servizio militare. Per evitarlo, Giuseppe si trasferisce a Londra: ci resta 6 anni, lavorando nei ristoranti di lusso a Soho e Chelsea – “frequentati dai tennisti impegnati e Wimbledon e da grandi attori dell’epoca. Ricordo che nei teatri si rappresentavano i musical Jesus Christ superstar ed Evita”. Maturata una buona esperienza, nell’’84 rientra a Orgosolo, fonda prima la Cooperativa turistica Supramonte e poi opta per una distribuzione di prodotti tipici.

Negli anni Duemila esplode in Barbagia la Primavera del Cannonau. A Oliena e Mamoiada fioriscono piccole cantine. Una sorta di rivoluzione culturale: finisce l’ostracismo per la bottiglia, da sempre disprezzata rispetto al “vino di proprietà”, e si valorizzano le etichette: “E’ cambiata la mentalità. Grazie anche ai corsi sull’enologia dell’Etfas, ai sommelier, si è sviluppata una nuova forma di passione per il Cannonau“.

Anche Musina pianta un vigneto nel terreno ereditato dal padre, a Lucuriò, proprio di fronte al monte Locoe, dove un tempo sorgeva un paese del quale non è rimasta traccia. Nel 2003, l’esordio con un migliaio di bottiglie. In etichetta, una roccia dipinta nello stile dei murales, alla periferia del paese, dal professor Francesco Del Casino, fra i protagonisti della vita culturale in Barbagia negli anni Sessanta. E’ “ORGOSA” Cannonau di Sardegna Doc. Seguiranno, nel giro di pochi anni, “NERO”, Cannonau con aggiunta di Pascale, Carignano e Sangue di Cristo e “LUCURIO'”, altro interessantissimo blend.

Per Slow Wine 2016, la guida dei vini di SLOW FOOD, “NERO” è tra i migliori vini d’Italia per rapporto qualità-prezzo. Premio che gratifica, giustamente, il grande lavoro di Peppino ma che non sembra scalfirne l’umiltà e l’approccio sano. E’ un vino sincero il suo e siamo sicuri che tale rimarrà nonostante il canto delle Sirene rappresentate da una critica sempre più interessata a creare e cavalcare mode che durano il tempo di una vendemmia.

Oggi le bottiglie  della Cantina Orgosa sono 9000 e non diventeranno di più “perché voglio salvaguardare la qualità e faccio tutto da solo“. Non ha neppure un enologo, Musina, “con questa produzione non me lo posso permettere“, ma ha idee ben chiare. In vigna applica i principi dell’agricoltura biodinamica. Quindi, niente concimi chimici: “Per arricchire il terreno pianto graminacee e leguminose che, tritate, si trasformano in humus“. La viticoltura di Peppino è assolutamente attenta alla natura, si usa solo rame e zolfo. Come cantina un locale attrezzato con botti e recipienti di vinificazione, dove spicca l’assenza di energia elettrica (ci si serve di un generatore per le pompe e per la pigiadiraspatrice). Solo lieviti indigeni, manco a dirlo e “niente barriques: rischiano di caratterizzare troppo il vino. E anche col rovere ci vado piano: un passaggio non superiore a 3 mesi. Vendemmio in autunno, imbottiglio in Aprile“. Senza anidride solforosa: “Non l’ho mai usata e non è successo niente. D’altro canto, dicono che l’alcol è uno dei migliori conservanti, almeno per piccole quantità, e il mio vino raggiunge i 15,5 gradi!“.

 

 

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I vini di Peppino sono la dimostrazione di come – in condizioni ambientali idonee – con piccoli numeri e dimensioni, si possono ottenere grandissimi risultati anche senza l’aiuto della tecnologia o con un uso limitato della stessa. Il giusto ambiente naturale, la mano esperta e il rispetto della tradizione e del territorio (capaci, talvolta, di mettersi in discussione) sono i segreti del suo successo.

Le foto dell’azienda Orgosa e del territorio circostante sono state scattate dalla fotografa Francesca Corriga, durante una nostra ricognizione ad Orgosolo, in un giorno di pioggia di Maggio 2015.